Orientalia christiana periodica, Vol. 66/2000, 2, pp. 451–455.
S. Cirkovic, RABOTNICI, VOJNICI, DUHOVNICI: DRUŠTVA SREDNJOVEKOVNOG BALKANA
Beograd, Equilibrium 1997, pp. 516 + una carta geografica
II volume raccoglie trenta fra studi e saggi del prof. Sima Cirkovic relativi alla storia sociale di alcuni stati medievali balcanici nell'intento di rendere accessibile ad un ampio pubblico di specialisti e curiosi questioni storiche complesse. Nonostante la genesi eterogenea dei contributi, il volume si presenta come complesso organico di studi, con forte coerenza interna. A tale coerenza contribuisce il rigore dei principi metodologici, che costituiscono la struttura portante di una sintesi di questioni sempre ardue ma che lo sono ancora di più negli ultimi anni sotto la spinta di eventi politici, che hanno influenzato la storia politica, sociale, economica e religiosa dei regni medievali serbi e bosniaci.
L'A. adotta come principio generale quello del "lungo periodo", di braudeliana ispirazione, unico in grado di rendere conto della complessità e delle interrelazioni dei singoli fenomeni. All'interno di questa cornice si muove un percorso critico lungo tre coordinate: economica, sociale e culturale, nella consapevolezza che la storia è la dimensione della scienza della società. La prima analizza le condizioni materiali in cui si collocano gli stati serbi e bosniaci tra il XIII e il XVI sec., la seconda prende in considerazione i modelli e le realtà sociali, e la terza i modelli culturali di queste società all'epoca della loro piena maturità. Il volume è poi corredato di indici e presentato da una introduzione dell'autore, necessario anello di sutura per presentare lo stato della medievistica serba alla metà del XX sec. e la propria posizione all'interno di questa. Quest'ultima si configura ancorata nell' humus storiografico delle generazioni precedenti ma protesa ad analizzare la storia balcanica nel più ampio contesto mediterraneo e alla luce delle acquisizioni critiche della storiografia mondiale. La ricca bibliografia è data per ogni singolo contributo, nella versione originaria. Con rincrescimento dell'autore non è stata possibile una revisione e un aggiornamento dei lavori più antichi; le uniche modifiche apportate, rispetto alla loro prima pubblicazione, riguardano i titoli, ritoccati con il duplice scopo di dare un'indicazione del contenuto e allo stesso tempo salvare l'organicita della nuova cornice editoriale.
La prima sezione rileva gli elementi di continuità e di innovazione nello spazio balcanico dall'antichità al medio evo. Nella seconda è presentata la problematica, invero molto più complessa e articolata, dei modelli sociali e delle realtà sociali. In questa sezione rientrano studi sulle più spinose questioni della storiografia contemporanea, dalla composizione etnica dei Balcani alla funzione delle confessioni religiose sull'assetto politico della regione, dalle realtà sociali cittadine e rurali alla evoluzione e alle funzioni dei ceti nobiliari, il tutto inquadrato nella prospettiva della struttura economica in cui tali entità si evolvono. Nella trattazione l'A. non perde mai di vista l'intima relazione tra i fatti e il metodo d'indagine, da qui discendono le riserve espresse sull'uso generalizzato di concetti come quello di etnogenesi, al quale viene invece preferita la categoria storiografica di "etnostoria". Ciò rimanda ad un approccio diverso, ossia all'intento di descrivere la genesi di un gruppo etnico entro una cornice ben più ampia di quella delle circostanze contingenti e necessarie (insediamento nel territorio, o sottomissione di altre popolazioni, o allacciamento di relazioni più strette con altri gruppi) che ne determinano la concentrazione in un preciso momento (p. 72). La prospettiva "etnostorica" e più ampia, poiché tiene conto sia degli elementi positivi che di quelli negativi indicando anche i gruppi scomparsi nel processo storico, di cui rimangono soltanto tracce nelle fonti. Nel provare la legittimità metodologica di tale approccio, l'A. si cimenta in un succinto schizzo degli otto secoli, dal VII al XV, in cui si forma la carta etnica balcanica. II tratto saliente di questo processo viene identificato nell'agglomerazione di pochi grandi gruppi a partire da molti piccoli gruppi. A ciò non ha concorso un solo evento ma una congiuntura di fatti politici, con il risultato dell'integrazione di gruppi diversi. I fattori politici di tale integrazione sono tanto più produttivi quanto minori sono le differenze linguistiche tra i gruppi compresi nella stessa cornice politica (p. 176). Un esempio tipico è rappresentato dalla Bosnia, dove l'appartenenza allo stato dei bani bosniaci (dal 1377 al 1463 re) avrebbe portato alla formazione del nuovo nome "bosniaci", soppiantando le denominazioni tribali di Serbi e Croati. Questo nuovo gruppo avrebbe custodito nell'ambito dello stato bosniaco tra XII e XIV una sua individualità, senza però precludersi proficui scambi con le formazioni statali circostanti.
Altro indiscutibile fattore di coesione nel ridisegnarsi della carta etnica è il cristianesimo e la visione che esso aveva dello stato e del modo di rapportarsi all'altro da sé. Anche dal punto di vista tecnico, oltre che ideologico, la rete dell'organizzazione ecclesiastica, gerarchizzata, stabile e continuamente in crescita, ha costituito un importante fattore di integrazione, anche se spesso la cornice dell'integrazione politica non ha coinciso con quella dell'integrazione religiosa, contribuendo anzi ad approfondire le linee di demarcazione. Nell'ambito della giurisdizione ecclesiastica nello spazio balcanico si sono intrecciate fondamentali caratteristiche culturali, quali la lingua liturgica e la letteratura religioso-pastorale, la scrittura, gli arredi sacri e gli oggetti di culto, divenute col tempo fattori di coesione o di separazione. L'A. sottolinea il fondamentale ruolo giocato dalla chiesa nella differenziazione di Serbi e Croati, come anche nella formazione della individualita della popolazione bosniaca, non appartenente né alla chiesa cattolica né a quella serbo-ortodossa.
Una nuova ondata di influsso religioso è quella verificatasi con la conquista turca e il radicamento dell'islam (p. 180). Influenza non minore hanno avuto nel delicato processo etnostorico le strutture sociali e i sostanziali mutamenti da esse subite tra X e XV sec. La loro analisi porta l'A. a concludere che la continuità delle condizioni politiche, culturali e sociali si mantiene solo nelle regioni occidentali, dalla Slovenia alla Croazia al litorale dalmata, dove i consigli nobiliari e il patriziato cittadino si sforzano di conservare i loro tradizionali rapporti e le ideologie che li legittimano. Negli spazi rimanenti invece, la conquista ottomana porta un nuovo periodo della storia etnica, importante tanto quanto il precedente, che ha come elementi distintivi l'inclusione di queste regioni nel'Impero ottomano, la scomparsa delle élites dirigenti locali e un radicale mutamento della struttura sociale. Molto importante per la etnostoria risulta anche il periodo tra XVI e XIX sec., in cui, alle questioni ereditate dai secoli passati, si aggiunge quella di stabilire come in alcune regioni e periodi si mantengano o si perdano i risultati "etnogenetici" dello sviluppo precedente. Sarebbe divenuto ingrediente sempre più importante nell'integrazione la coscienza del medioevo, sicché la cacciata dei Turchi nel XIX sec. avrebbe inseguito il sogno di rinnovamento del medio evo, a ciò collegando il fatto che la politica in questo periodo era compenetrata con la storia e la storia, quale conoscenza del passato, altrettanto compenetrata con la politica (p. 184).
Un saggio a parte è dedicato alla questione dello iato tra struttura sociale del litorale e dell'entroterra. Particolare attenzione e riservata al problema religioso: un ampio studio esamina la situazione della chiesa ortodossa in Serbia , notando come in principio, nonostante l'esiguità delle fonti in materia, la Serbia intrattenesse vari legami con centri ecclesiastici latini (p. 198) e che i rapporti con il patriarcato costantinopolitano erano tutt'altro che pacifici. Lo studio di questi rapporti è ulteriormente affrontato nel saggio sulle parrocchie cattoliche nei territori serbi. II problema dei rapporti con i cattolici era duplice, da un Iato le relazioni con il papato, dall'altro quelle con i sudditi cattolici. Il primo subì alterne vicende, il secondo fu sostanzialmente pacifico, nella misura in cui i sovrani serbi non imposero mai un proselitismo ortodosso nei confronti dei sudditi cattolici, ma comiciò a intorbidarsi dall'epoca dello car Dušan quando, dall'una e dall'altra parte, presero avvio tensioni politiche e reciproche accuse di eresia. Nonostante la tensione che ne derivò, i diritti della minoranza cattolica nel regno Serbo non furono mai messi in discussione.
Quanto al problema dei rapporti con la chiesa ortodossa, l'A. evidenzia che la Serbia medievale, erede dell'idea imperiale bizantina, concepiva una totale symphonia del potere statale e di quello religioso, in cui, invero, il primo tendeva a sottomettere il secondo. Ciò tuttavia non impediva una gestione autonoma della Chiesa. Essa comunque, al di là degli affari spirituali di sua stretta competenza, esercitava un forte influsso su altri settori della vita pubblica, dalle procedure giudiziarie a quelle sociali (matrimonio e diritto matrimoniale, cura degli orfani ed educazione in generale). Un'analisi approfondita di queste relazioni rivela reciprocità, una sorta di rapporto simbiotico in cui un elemento si adegua all'altro e viceversa. La stretta connessione tra idea imperiale bizantina e riforma dei rapporti sovano-nobiltà appare nel saggio dedicato all'incoronazione del re Tvrtko che sottolinea il tentativo del bano bosniaco di unire sotto l'ideologia regale di stampo nemanjide corona serba e bosniaca, con l'intento di modificare il rapporto caratteristico per la Bosnia fra consiglio dei nobili e sovrano, laddove i primi erano in condizione di esercitare sul secondo un potere più forte di quello che esercitavano in Serbia.
Nella valutazione delle interrelazioni dello sviluppo socio-politico in Bosnia , un ruolo determinante è svolto dal problema della cosiddetta Chiesa bosniaca. Cirkovic la considera organismo sviluppatosi intorno a eretici dualisti, ne accetta cioè la matrice eretica. Rileviamo però che, pur nella considerazione equilibrata della delicata questione, lo studioso si attiene solo alle fonti storiche prodotte dagli inquisitori, spiegando che altre fonti, ad esempio l'eredità letterario-liturgica tramandata da questa chiesa di per sé non dà la possibilità di ricostruirne il credo eretico. Accettiamo la fondatezza di questa osservazione ma rileviamo che la descrizione complessiva del fenomeno data dallo stesso Cirkovic ci lascia molti punti interrogativi sull'essenza eretica dei cosiddetti "krstjani" bosniaci, o quanto meno evidenzia l'indiziarietà di molte "prove". Citiamo solo due esempi: in primo luogo, la fondamentale contraddizione tra povertà rivendicata dall'ipotetico movimento eretico dualistico-bogomilo e l'attiva collaborazione della chiesa bosniaca, proprio attraverso i suoi rappresentanti "krstjani", alla gestione dello stato; in secondo, il fraintendimento della letteratura esegetica bosniaca (giuntaci soprattutto attraverso glosse ai testi sacri), tacciata di eresia, mentre è solo apocrifa. Questo aspetto più strettamente dottrinario rimane invero ai margini nel lavoro dello storico, privandolo, a nostro avviso, di un importante tassello per la trattazione dell'intero problema. Ci sembra, inoltre, che lo studioso riferisca ad un periodo di tempo più ampio gli elementi eretici che si possono dedurre dagli atti inquisitori. Riteniamo invece che lo studio del movimento ereticale in Bosnia debba valersi delle acquisizioni dello studio della letteratura esegetica e apocrifa e dalla scienza biblica in generale collocando su questo sfondo i concreti episodi ereticali, tali che la considerazione di singoli fatti non pregiudichi la considerazione di fenomeni di più ampia portata. Questo rimane un nodo problematico anche per quel che riguarda il problema dell'islamizzazione della Bosnia, questione oggigiorno attualizzata dagli eventi dell'ultimo decennio.
A questo proposito osserviamo che se le riserve dell'A. circa un'adesione delle masse alla chiesa bosniaca si contrappongono alla teoria dell'autoctonia dell'islam in Bosnia basata sulla presunta conversione di massa degli eretici (che avrebbero dovuto essere quasi la totalità della popolazione) al credo musulmano. Condividiamo nella sostanza le riserve verso tale teoria, priva di riscontri nelle fonti e nata per giustificare eventi politici della seconda metà del XX secolo, tuttavia osserviamo che se "la chiesa bosniaca non esercitò profonda influenza sulla società e sulle masse in generale" ciò lascia supporre che essa non professasse alcun credo particolare avulso dai sentimenti religiosi di massa . Ancor più ci sembra inverosimile che una struttura ecclesiastica eretica, di proporzioni molto ristrette, abbia potuto conquistare una posizione egemone sulla maggior parte della popolazione rimasta evidentemente estranea all'eresia. In altre parole, che un nucleo dottrinario non perfettamente allineato con la dottrina della Chiesa nel XII sec. abbia potuto ispirare le velleità indipendentistiche di una chiesa locale bosniaca (ragioni più che sufficienti per avviare nel medioevo un'accusa di eresia) ci sembra tutt'altro che improbabile. Tuttavia, ritenere questa chiesa una setta di eretici al governo di larghi strati di popolazione piuttosto inconsapevoli ci sembra ancora più azzardato.
L'ultima sezione è quella dedicata agli aspetti culturali delle diverse realtà politiche sviluppatesi tra Bosnia e Serbia . Vengono analizzati singoli aspetti, dai grandi incontri di civiltà verificatisi nel XIV sec. nell'Europa sud-orientale all'inquadramento della Serbia nell'oikumene cristiana medievale, dalla cultura di corte ai problemi dell'alfabetizzazione di massa, che concorrono a formare il mosaico di una realtà varia, continuamente sospesa tra influssi occidentali e influssi orientali e mai strettamente marcata, in realtà, da uno dei due. Questa prospettiva si presenta come fortemente innovativa e rispetto a quella parte della storiografia serba (invero minima) che ha posto l'accento sulla filiazione bizantina della cultura serba medievale, ma soprattutto rispetto a quella larga parte della storiografia non serba che insiste sugli elementi di diversità dall'Occidente piuttosto che sulle evidenti interrelazioni.
A questo proposito, ribadiamo che la coerenza metodologica e il rapportare la realtà balcanica al più ampio contesto europeo contribuisce notevolmente a scuotere certe visioni storiografiche quasi manichee, tese ad evidenziare le linee di confine esistenti in quest'area piuttosto che le intime interrelazioni tra gli organismi che vi si sono sviluppati. La scelta dei saggi presentati si spiega proprio alla luce del desiderio di superare, o almeno mettere in discussione, stereotipi storiografici avallati dai recenti eventi politici e finalizzati al tempo stesso a legittimare la politica contemporanea. Il fecondo orizzonte aperto dal dubbio non può che ascriversi a merito dell'opera.
B. Lomagistro
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